lunedì 28 gennaio 2013

BAGNI E PROFUMI NELL'ANTICA ROMA




Roma, in epoca arcaica ( IX - IV sec. a.C.) prima della nascita dell’Impero, si trova fra due civiltà che influenzano la sua cultura: gli Etruschi (dal IX sec. all’età d’Augusto) a nord e a sud, gli insediamenti della Magna Grecia, che da Cuma (VIII sec. a.C.) si estesero nel VII secolo fino alla Sicilia. Da loro gli antichi Romani, assorbono usi e costumi.
Gli Etruschi, s’istallarono in quella che era oggi la Toscana, ma provenivano dall’Asia minore, portando con se la conoscenza degli aromi, molto sviluppata fra i popoli d’oriente. Come gli orientali, usavano bruciare incenso di fronte alle divinità custodite nei templi e nelle case; si ungevano il corpo con oli profumati e manipolavano erbe a scopo medicamentoso.
Le dame etrusche avevano un vero e proprio culto per la cosmesi e nelle antiche necropoli sono stati rinvenuti scrigni di bronzo detti “ciste”con tutto il corredo del trucco femminile.
Nel III secolo a.C. le colonie nel sud d’Italia, fondate da emigrati Greci, caddero sotto il dominio di Roma, la sua cultura si trovò messa a confronto con prodotti, usanze e riti d’impronta ellenica e una delle arti che si sviluppò nella Magna Grecia era l’arte aromatoria.
L’influsso della Grecia ebbe forti ripercussioni anche sulle pratiche religiose. Oltre ai bottini e ai trofei di guerra, i Romani amavano importare i rituali di culto e gli dei delle popolazioni sottomesse e affiancarli nei templi ai numi tutelari.
Gli antichi romani avevano un sentimento religioso molto profondo. Con la religione esprimevano tutto il rispetto per la divinità in cui si credeva alla quale amavano rendere onore con un tributo.
La città si affollava di dei che aumentavano ad ogni conquista. A differenza delle divinità greche che avevano sembianze umane, queste divinità, sono legate al mondo metafisico della natura. Il fiume che scorre, l’alito di vento, il fuoco che brucia esprimono l’essenza di queste presenze occulte che intervengono in tutti i fenomeni fisici. Ogni buon cittadino, brucerà polveri d’incenso o fascine di legni aromatici per esprimere il proprio rispetto nei confronti della divinità. Nella Roma arcaica, la pratica aromataria si ricollega alla religione. Come in tutte le città primitive, medicina, magia e religione, sono collegate e sono espressione di un unico credo.
Maghi, streghe e raccoglitori d’erbe, raccoglievano le piante medicinali, necessarie a preparare le pozioni che servivano per le guarigioni che rivendevano ai “farmacopoli”, una corporazione che si costituì a Roma nel V secolo a.C. i primi che avevano la licenza per vendere i medicamenti e qui si serviva il capo famiglia prima dell’avvento a Roma dei medici greci nel 219 a.C. Fino a quel momento, le conoscenze mediche dei Romani, erano molto scarse. Era il capo famiglia che curava moglie, figli e schiavi con decotti, cataplasmi e unguenti. La scienza delle erbe si tramandava da padre in figlio e solo nelle case dei patrizi, c’era lo schiavo istruito a svolgere il lavoro del medico, o la schiava per le donne. Si veneravano tante divinità della salute e c’era un dio per ogni malattia e per assicurarsi l’aiuto divino, si bruciavano in suo onore legni aromatici.
La medicina, dai Romani era considerata un’arte indegna, perché ogni uomo doveva essere in grado di curarsi da solo senza ricorrere al consiglio di altri per sapere ciò che fa bene o male al proprio corpo e l’arte medica, a Roma, fu rivalutata solo con Galeno che diffuse la scienza medica alessandrina.
Solo con Giulio Cesare, iniziarono a lavorare in città gli archiatri, medici privati a pagamento o medici pubblici, pagati dalla città per prestare gratuitamente i loro servigi, in caso d’epidemie o pestilenze. Celso, a metà del primo secolo dopo Cristo, divide la medicina in dietetica, farmaceutica e chirurgia ed è stato il medico latino più illustre con Plinio (23-79 d.C.). Scrive 37 volumi di Historia naturalis, lasciando una testimonianza unica sulle proprietà di tutte le piante conosciute fino a quel tempo.
Le sue conoscenze, furono riprese da Dioscoride. L’interesse dei Romani per la medicina, non arrivò in ogni modo mai ad eguagliare le conoscenze dei medici egiziani. Svilupparono ugualmente per il corpo un vero e proprio culto per l’influenza dei Greci. Dedicarono molto tempo alla cura del corpo e furono tra i popoli più puliti del Mondo Antico.
A loro si deve il merito di collegare l’igiene alla cosmesi e alla cura del corpo.
La vanità, non era prerogativa femminile e al culto della bellezza, si dedicarono sia uomini e donne. L’individuo era un’entità unica dove bellezza, salute e benessere dovevano accompagnarsi al culto dello spirito fino a fondersi in armonia tra fisico e mentale.
Tutto ciò che poteva arrecare benessere fisico, dal bagno al gioco, alla ginnastica, al massaggio, alle unzioni, occupava gran parte della vita quotidiana.
Il consumo di profumi, a Roma era altissimo, e Plinio disapprovava le spese folli che dalle casse imperiali andavano ad arricchire l’Arabia, l’India e Cina. Gli unguenti si usavano per igiene e per diletto.
Dai Greci, i Romani avevano appreso l’uso della balneazione. Nel 300 a.C. Appio Claudio, aveva fatto costruire il primo acquedotto e s’istallavano le lavationes, vasche situate in una stanza detta lavatrina, vicino alla cucina per potere avere facilmente l’accesso all’acqua calda, era in ogni caso un lusso che poteva permettersi solo qualche casa patrizia. Con Catone il Censore, i bagni erano ormai diventati una vera e propria necessità. Si costruirono le prime terme, dove tutti potevano andare in tutti gli edifici termali anche gratuitamente.
Le prime terme erano miste e dall’epoca dell’Imperatore Adriano, sono state separate fra donne e uomini.
La plebe e i patrizi, potevano scegliere diversi servizi, palestre all’aperto per esercizi ginnici, piscine, giardini e aree per l’intrattenimento e il riposo, arene per le lotte, piste per giochi con la palla, sale per conferenze, viali per passeggiare, biblioteche e musei.
Gli imperatori romani favorirono le istituzioni termali che divennero un centro di ritrovo dove si coltivava sia lo spirito sia il corpo, sia affari, s’intrattenevano relazioni sociali e da mezzogiorno al tramonto, questi luoghi fervevano di tumulto e animazione. I signori arrivavano accompagnati dagli schiavi che li assistevano in tutte le attività, portavano i panni per asciugarlo, o le ampolle d’olio per ungerlo e massaggiarlo dopo il bagno.
Ai tempi di Seneca, le terme traboccavano di lusso. I pavimenti erano di marmi rarissimi le pareti decorate da statue, affreschi e mosaici. Le vasche, i sedili, i catini, erano intagliati degli stessi marmi pregiati. L’acqua zampillava in bacili d’argento come i rubinetti. Erano ambienti molto raffinati inondati di luce da ampie vetrate di giorno e la sera illuminati da lucerne.
I riti della balneazione iniziavano nell’apodyterium, uno spogliatoio con nicchie dove si lasciavano gli abiti prima di sedersi sull’assa sudatio per fare il bagno a vapore nel calidarium o immergersi nelle vasche d’acqua bollente, per eliminare le tossine attraverso i pori dilatati con un’abbondante sudorazione di cui i Romani avevano capito gli enormi benefici. Spesso, si aggiungevano essenze e aromi per un bagno medicato o profumato. Applicavano i principi delle cure idroterapiche che associavano il caldo e il freddo per tonificare la circolazione nelle gelide tinozze del frigidarium.
Quelli che volevano evitare gli sbalzi di temperatura troppo bruschi, potevano sostare sulle panchine di marmo del tiepidarium, una cella intermedia che assorbiva il tepore della stanza attigua adibita al riposo dove si poteva andare a varie riprese, prima o dopo il bagno ghiacciato, che aveva lo scopo di stabilizzare la circolazione. In alcuni stabilimenti, c’era una piscina all’aperto di temperatura più mite dove si poteva nuotare invece di immergersi nelle acque gelide del frigidarium.
L’ultimo e più voluttuoso atto della balneazione si svolgeva nell’unctorium: s’infrangevano le ampolle olearie, si lasciava colare il liquido sui muscoli rinvigoriti dall’esercizio fisico e si procedeva ad una frizione energica a base d’oli profumati.
Si completavano così i benefici delle acque e si restituiva morbidezza all’epidermide.
L’unctio procurava una sensazione di benessere come gli attuali massaggi d’aroma terapia a base d’essenze e non si limitava solo al corpo, ma erano unti e profumati anche la testa e i capelli.
Queste cure che ritardavano il processo d’invecchiamento e predisponevano ad un’attitudine mentale corretta, perché permettono di scaricare le tossine e lo stress, causa di diverse malattie, nella Roma imperiale erano gratuite. Questo testimonia l’alto grado di civiltà raggiunto dalla loro struttura sociale.
L’uso d’essenze e balsami, a Roma, non si limitava solo alla medicina e alle terme: spezie e profumi raggiunsero un consumo spropositato nei primi due secoli dell’Impero.
Dalla Magna Grecia, Roma aveva ereditato l’arte della cosmesi e della profumeria. Unguenti e balsami, provenivano dalle manifatture nelle colonie dell’impero o erano prodotti nella penisola. In Campania, si coltivavano vaste distese di fiori che erano manipolati nelle industrie di Capua, Napoli e Pozzuoli. Capua era la capitale dell’industria profumiera e aveva il monopolio del commercio di droghe e aromi.
A Napoli si preparavano due qualità di nardo, il foliatum estratto dalla foglia e lo spicatum, estratto dalla spiga. A Pompei, in un affresco della casa dei Vettii c’è un affresco che illustra l’intero ciclo di lavorazione degli aromata. Questa pittura muraria rappresenta gli “amorini profumieri” nelle varie fasi di preparazione degli unguenti come dovevano svolgersi nelle botteghe degli “unguentari”.
Nella prima scena, c’è la spremitura di un olio, ottenuto da olive o da uve acerbe con un torchio. Nella scena successiva, gli amorini mescolano un calderone d’olio bollente prima di immergere i fiori, le erbe, le foglie da lasciare macerare.
Al centro dell’affresco il capo officina al bancone riordina i flaconi d’olio già pronti nell’armadio aperto dove c’è la scorta di magazzino. Nella scena finale, la cliente, una psiche, fa acquisti, con un’ancella e si siede su uno scanno nella bottega del profumiere per scegliere l’aroma fra le essenze che un commesso friziona sui polsi con una spatola.
L’amore per il lusso, i piaceri, i profumi, il superfluo e l’effimero, sinonimo di mollezza e dissipazione, portarono alla decadenza l’Impero romano che finì soffocato dalle invasioni barbariche d’Alarico nel 408.
La città di Pompei fu sepolta dalla lava del Vesuvio nel 79 d. C.. Negli scavi di Pompei, sono stati rinvenuti tre stabilimenti termali.

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